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Cos’è il panico?
A cura del dott. Alessandro
Gambugiati
Attenzione: le informazioni che seguono
hanno l’obiettivo di fornire alcune indicazioni e non di creare nuove
categorie di individui! Tutti noi possiamo avere, in qualche misura, ansia,
depressione, ecc., ma ciò non significa che “siamo malati d’ansia” o che
“siamo malati di depressione”: possiamo considerare la linea di confine tra
salute e malattia psichica superata quando il disagio in questione diviene sofferenza
eccessiva sul posto di lavoro e/o nelle relazioni interpersonali. Per
ulteriori riflessioni di questo tipo la invitiamo a consultare un
professionista esperto.
La parola panico deriva dalla mitologia greca: il dio Pan, suonando il
flauto, faceva perdere l’equilibrio e l’orientamento ai viaggiatori.
L’attacco di panico è infatti caratterizzato dalla perdita della capacità
critica, alla quale si accompagna un alterato stato di coscienza in cui lo
spazio diviene incolmabile e il tempo si assottiglia, creando la sensazione
di vivere un presente atemporale che sembra non avere mai fine. L’attacco
di panico è improvviso, inconscio, inarrestabile e fuori dalla possibilità
di ogni controllo; è coatto, indescrivibile e può essere raccontato dal
soggetto solo a posteriori, non mentre si verifica.
All’origine degli stati di panico,
come del resto nella maggior parte della altre patologie, c’è la crisi
abbandonica, il ripetersi della quale è in grado di scatenare i Disturbi da
Attacchi di Panico (DAP). La patogenesi primaria dei DAP risiede nel disaccudimento; tutta la sintomatologia ruota intorno
alla paura di perdere la testa, o la salute in senso lato, quello che poi è
definito stato di ipocondria.
A differenza della sindrome
abbandonica però, in cui può esserci ancora una critica e dei ricordi ad
essa legati, durante l’attacco di panico manca questa capacità. La
regressione durante un attacco di panico può essere considerata come un
tentativo di ritrovare quelle stesse difese usate contro ciò che veniva
vissuto minaccioso e che servivano da alimento per la crescita nei primi
anni di vita. Ma dietro ad un attacco di panico può esserci anche la paura
della libertà e del cambiamento.
Il controllo sull’aggressività,
una vita sentimentale e sessuale insoddisfacente, emozioni intense non
vissute da molto tempo e che internamente ribollono, possono essere
anestetizzate con un attacco di panico. L’abbandono e il giudizio sono
entrambe condizioni fondamentali per la genesi dell’attacco; l’angoscia di
separazione sostiene il disturbo ed il nucleo su cui ruota la patologia. Il
senso della relazione che segna chi soffre di questo disturbo è proprio
sulla persecuzione; è come se dicesse e si dicesse di essere colui che fa
allontanare tutti o che tutti allontanano e nello stesso tempo colui che
tutti perseguitano e che tutti perseguita.
L’imprinting della relazione umana
non è dato da comprensione ed empatia, amore e accettazione, bensì da
precarietà, insicurezza, freddezza, ove l’abbandono, reale o no, è stato
vissuto e il senso del giudizio sperimentato in maniera forte, sia perché
forti sono state le critiche ed i rimproveri nella vita infantile, sia
perché chi si sente abbandonato ritiene di essere “cattivo” o almeno “non
amabile”.
E’ scientificamente dimostrato che
la psicoterapia influisce positivamente sugli effetti negativi di ansia e
panico di qualsiasi grado e gravità. La invitiamo ad affidarsi ad un professionista serio, dotato delle
abilitazioni di legge sia a svolgere la professione di psicoterapeuta che a
emettere le ricevute sanitarie fiscalmente detraibili.
Fonte:
“Dialogo sulla psiche” di Bruno Caldironi (Draghi Mizzau
Editori)
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