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Cos’è la sindrome abbandonica?
A cura del dott. Alessandro
Gambugiati
Attenzione: le informazioni che
seguono hanno l’obiettivo di fornire alcune indicazioni e non di creare
nuove categorie di individui! Tutti noi possiamo avere, in qualche misura,
ansia, depressione, ecc., ma ciò non significa che “siamo malati d’ansia” o
che “siamo malati di depressione”: possiamo considerare la linea di confine
tra salute e malattia psichica superata quando il disagio in questione
diviene sofferenza eccessiva sul posto di lavoro e/o nelle relazioni
interpersonali. Per ulteriori riflessioni di questo tipo la invitiamo a
consultare un professionista esperto.
La sindrome abbandonica produce
una serie di disagi che vanno dalla sfiducia all’incapacità di essere
amabile, di sentirsi degni d’amore, dalla rassegnazione alla tendenza ad
isolarsi, fino agli attacchi di panico, ai disturbi alimentari, alla
depressione e agli equivalenti depressivi come la nevralgia del trigemino,
il bruxismo, la colite ulcerosa, l’ulcera
duodenale, l’emicrania.
La crisi abbandonica è la causa
della maggior parte delle patologie, alla base delle quali c’è un mancato o
errato accudimento dei primi due, tre anni di vita o, talora, ancora più
precocemente. Un bambino ha bisogno di essere accudito, di ricevere cure e
di non essere lasciato solo; a un bambino non si può chiedere di custodirsi
e di educarsi da solo! I bambini sopportano con grande fatica un clima
familiare non sufficientemente equilibrato, sia per carenze che per eccessi
di accudimento.
Sindrome abbandonica, dunque, come
“mal-accudimento”: ciò che nuoce, che fa
soffrire, è il distacco che crea nella persona un vuoto pieno di senso di
colpa e di indegnità. La sindrome abbandonica ha una parte importante nella
vita relazionale di chi ne soffre, influendo sul rapporto del soggetto con
amici, partner e colleghi di lavoro. Non stupiamoci allora se colui che
all’origine era stato abbandonato e ha vissuto l’abbandono, nella vita
adulta diventa colui che abbandona..
La vittima inconsapevole diventa
anche carnefice e viceversa: sia che egli viva la dinamica della vittima o
la dinamica del carnefice, il dramma dell’abbandono diviene “la madre di
tutte le malattie” e di tutti i guai, perché quell’antica matrice di
abbandono può essere ripetuta sulle persone care e vicine e perpetuata sia
nei legami del presente che nelle aspettative future.
La sindrome abbandonica va
distinta dall’angoscia di separazione. Se da un lato si dice che l’angoscia
di separazione è intrapsichica, conflittuale (ad esempio: desidero andare,
ho bisogno di rimanere), dall’altro la sindrome abbandonica non presenta
conflittualità poiché è subita dall’individuo. L’angoscia di separazione si
ha quando manca un processo di individuazione, che consiste nel tagliare il
legame con le figure genitoriali e nel prendere le distanze da loro
acquisendo propri spazi fisici e mentali di maggiore autonomia.
Chi non riesce a superare la
separazione dalle figure genitoriali rimane in uno stato simbiotico o in
una posizione conflittuale tra due situazioni, fra desiderio di autonomia e
bisogno di dipendenza. Le sintomatologie più frequenti sono rappresentate
dai disturbi alimentari che, in caso di sindrome abbandonica, sono
caratterizzati spesso dal fenomeno dell’obesità, come bisogno di riempire
un vuoto alla cui origine c’è un abbandono, mentre in caso di angoscia di
separazione sono rappresentati dalla condizione bulimica, che di per sé
presenta tratti di grande ambivalenza.
Così pure, nei confronti delle
altre persone, tipico dell’angoscia di separazione è il comportamento di
possesso e fuga di chi dimostra di avere bisogno dell’altro e poi desidera
separarsene allontanandolo.
Nella clinica dell’angoscia di
separazione possiamo ritrovare due dinamiche diverse. In una si sviluppa
una sensazione di solitudine “pura”, in cui non ci si sente più protetti, è
un diventare, un tornare piccoli senza che qualcuno badi a noi. L’altra
dinamica è invece caratterizzata, oltre che dalla regressione e
dall’assenza di qualcuno che si occupi di noi, anche da un forte senso di
responsabilità nei confronti della vita. Un po’ come dire adesso sono solo e tutto ricadrà su di
me (e questo specie si è stati costretti a fare da madre alla propria
madre..). Nel primo caso la solitudine sarà il leit-motiv dell’esistenza,
mentre nel secondo caso lo saranno un senso di alta responsabilità e di
dovere.
E’ scientificamente dimostrato che
la psicoterapia influisce positivamente sugli effetti negativi prodotti da
questo e altri tipi di disagio. La
invitiamo ad affidarsi ad un professionista serio, dotato delle
abilitazioni di legge sia a svolgere la professione di psicoterapeuta che a
emettere le ricevute sanitarie fiscalmente detraibili.
Fonte:
“Dialogo sulla psiche” di Bruno Caldironi (Draghi Mizzau
Editori, 2002)
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